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Due passi sono

di e con Giuseppe Carullo e Cristina Minasi

Durata 50 minuti

In un rapporto di apparente normalità, un uomo e una donna, nel cicaleccio ossessivo di un linguaggio di coppia, elaborano una lingua tra Sicilia e Calabria in cui va a consolidarsi l’insostenibile malattia dei rapporti.

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Due piccoli esseri umani, un uomo e una donna dalle fattezze ridotte, si ritrovano sul grande palco dell’esistenza, nascosti nel loro mistero di vita che li riduce dentro uno spazio sempre più stretto, dall’arredamento essenziale, stranamente deforme, alla stregua dell’immaginario dei bimbi in fase febbricitante. Attraversano le sezioni della loro tenera e terribile, goffa e grottesca vita/giornata condivisa. Sembrano essere chiusi in una scatoletta di metallo, asettica e sorda alle bellezze di cui sono potenziali portatori, ma un “balzo” - nonostante le gambe molli - aprirà la custodia del loro carillon. Fuoriescono vivendo il sogno della vera vita da cui non è più necessario sfuggire, ma solo vivere, con la grazia e l’incanto di chi ha imparato ad amare la fame, la malattia, i limiti dello stare.

Immagine-cripta sacra, surreale e festosa, quella del loro matrimonio, dove come in unagiostra di suoni, colori e coriandoli, finiranno per scambiarsi meravigliosi propositi di poesia.

Vogliamo, tra le righe della poesia farci portavoce di una generazione presa dai tarli cui è preclusa la possibilità di realizzare, con onestà e senza compromessi, le proprie ambizioni. Sentiamo pesante l’immortalità della tragica favola di Romeo e Giulietta lì dove nulla di vivo resta se non i vecchi, la cui faida e il cui egoismo, non il caso, hanno ucciso i giovani. Romeo e Giulietta potranno finalmente stare insieme ma solo nella cripta, col loro amore per l’eternità nelle statue d’oro che i carnefici eleveranno a ricordo. Abbiamo voglia di sfidare il mito e celebrare il lieto fine nella vita, o quantomeno nella speranza della stessa, e non nella morte avendo avuto la paradossale e sacrale fortuna di toccarla in vita. Così tra le piccole e grandi, tra le giustificate e ingiustificate, paure di questo percorso di conoscenza chiamato vita, per gioco e incanto, ci si abbandona al sonno vero del sogno lì dove nasce la nuova Bianca vita, progenie che darà continuità al piccolo amore, sempre custodito in ogni cuore.

Carullo-Minasi

 

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Cristiana Minasi Allieva de “L’isola della Pedagogia” 2010/2012, scuola internazionale di Alta pedagogia della scena per la formazione dei nuovi pedagoghi, progetto diretto da Anatolij Vasiliev e vincitore Premio Speciale Ubu 2012.  Collabora, quale pedagoga, con le Accademie Nazionali di Teatro per la  conduzione del laboratorio “L’attore e l’oggetto: prove semiserie d’attore/autore”. Lavora e si forma con Domenico Cucinotta, Alessio Bergamo, Emma Dante; Norberto Presta, Sabine Uitz; Cristina Castrillo; Raquel Scotti Hirson e Jesser De Souza (Lume Teatro, Brasil); Tino Caspanello; Andrè Casaca; Paco Gonzales (Floez -Germania); Ian Algie; Andrea Kaemmerle; e gli Oucloupò della scuola del clown clandestino di Pierre Byland di Lugano. Ultimi gli incontri con Chiara Guidi, Alfonso Santagata, Alessandro Serra. Avvocato abilitato, laureata in Giurisprudenza con lode, pubblica la propria tesi in Teoria Generale del diritto dal titolo “Il Soggetto alla Ribalta” ove sperimentalmente relaziona i temi dell’interpretazione giuridica e dell’improvvisazione teatrale. Specializzata in Criminologia e Psicologia Giuridica nello specifico settore dei minori e della famiglia, pone le basi per una relazione ed integrazione dei temi della libertà e dignità attraverso lo strumento del teatro con il progetto “LegORIZZONTI”.

Giuseppe Carullo Frequenta dal 2000 la Scuola di Teatro Teatès diretta da Michele Perriera, tra i fondatori del “Gruppo 63”. E’ tra gli interpreti di: “Ha riconosciuto il pettine” di Gianfranco Perriera. Segue, dal  2003, la scuola del teatro Vittorio Emanuele (Messina) diretta da Donato Castellaneta, attore della compagnia di Leo De Berardinis. Nel 2004  collabora con la Compagnia Il Castello di Sancio Panza diretta da Roberto Bonaventura e Monia Alfieri, partecipando a molteplici spettacoli tra cui: Le mosche; Colapesce; Metamorphoseon XI, Metamorfosi 74, Microzoi, L’altro Regno. E’ nello spettacolo “L’albero” della compagnia del Teatro dei Naviganti. Fondamentali gli incontri con Anton Milenin ed Emma Dante. Insieme a Cristiana Minasi dal 2009 è in “Euphorìa” di Adele Tirante -spettacolo segnalato ai Teatri del Sacro 2009 Lucca (Eti e Federgat)- e in “Fragile” scritto e diretto da Tino Caspanello.

Due passi sono

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Rassegna Stampa

La Repubblica

01|04|2014

Non è facile oggi scrivere storie non banali sulla coppia e sulle relazioni amorose. Carullo-Minsai ci riescono, con senso del tragico e del grottesco. Anna Bandettini, La Repubblica, aprile 2014

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Corriere della Sera

01|04|2014

Tutto è minuscolo in questo spettacolo, tutto è delicato, fragile, fonte di indicibile tenerezza. [...] Ciò che colpisce è la cadenza emotiva della coppia. [...] ‘Due passi sono’ ha vinto giustamente un sacco di premi e può girare l’Italia. Franco Cordelli, Corriere della Sera, aprile 2014

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La Repubblica

01|11|2012

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi sono la personificazione di una poesia imbarazzante (e tenera, e all'occasione caustica) che si fa malattia del vivere e coscienza di ogni finale di partita insita nelle coppie umane e al limite del disumano. La compagnia Carullo-Minasi va spiata in qualunque minima espressione di un minimalismo petulante e divertente che non ha uguali. Non perdeteli. Diciamo davvero. Rodolfo Di Giammarco, La Repubblica, novembre 2012

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Corriere di Bologna

01|11|2011

Travolge con la sua delicata comicità il lavoro dei messinesi Giuseppe Carullo e Cristina Minasi. Un uomo e una donna, molto piccoli, stanno abbarbicati a due sedie, in una stanza segnata da un pavimento a scacchi molto ristretta. Anche per loro il nutrimento è fondamentale: ma tutti i sapori e le sostanze arrivano tramite pillole e non bisogna toccarsi per evitare infezioni e non si può uscire nel mondo minaccioso. Qui, a differenza degli altri lavori visti, domina il dialogo serrato, con tempi teatralissimi, pause, battute a ripetizione, in un vorticare che guarda al teatro dell’assurdo attenendosi a un realismo paradossale. E' la nostra stessa ansiogena realtà a essere esasperata, la paura come legge di vita, la rinuncia al sogno. Ma alla fine il sentimento, l’amore, in modo smaccato, assolutamente consolatorio, da classico happy end al quale credere sino a un certo punto, porterà a fare il grande passo e a sfidare il muro di buio. Per andare a capire quanto il mare da vicino sia diverso, più vivo di movimento e odori che a guardarlo dalla finestra di una stanza. E così il mondo: più bello da attraversare con un frusciante bianco abito da sposa. Questo lavoro coinvolge ed entusiasma il pubblico... Massimo Marino, corrieredibologna.it, 2011

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Il manifesto

01|01|2011

Un rapporto di apparente normalità tra un uomo e una donna minuscoli (Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi), che dal cicaleccio ossessivo di un linguaggio di coppia, elaborano una lingua tra Sicilia e Calabria, in cui va a consumarsi l’insostenibile malattia dei rapporti. Divertenti quanto acidi. Con una consapevolezza che manca a tanto altro teatro. Gianfranco Capitta, Il manifesto, 2011

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Renato Palazzi

01|01|2011

l mio preferito, lo dichiaro senza mezzi termini, è stato però l'irresistibile Due passi sono dei messinesi Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, vincitori del premio Scenario per Ustica: i due giovanissimi attori traducono una densa esperienza personale in una scrittura stralunata, dal taglio vagamente beckettiano (ma un Beckett “quotidianizzato”, filtrato attraverso l'impronta dei loro concittadini Scimone e Sframeli). In uno spazio miniaturizzato, dominato da una pianta di plastica che si allunga a dismisura nel suo vaso, i due - bizzarramente sproporzionati, ridotti a puntigliosi adulti-bambini – siedono rigidi, si toccano solo con guanti di lattice, non parlano che di cibi vietati o permessi, si interrogano maniacalmente sul senso delle parole, e sognano di sfuggire a un'invisibile gabbia per raggiungere un vicinissimo ma inaccessibile altrove. Soltanto nel toccante finale si comprende l'enorme sforzo di entrambi per riconquistare una piena libertà dei sentimenti. E loro, fra ironia e tenerezza, sono bravissimi a mantenere questo clima sospeso, allusivo, mescolando un estro allucinato a una totale verità umana. Renato Palazzi, myword.it, 2011

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